LA FEDE AL TEMPO DI COVID-19

Pubblicato giorno 15 giugno 2020 - Riflessioni Laboratorio

RIFLESSIONI ECCLESIALI E PASTORALI

DANIELE LIBANORI , GESUITA, VESCOVO AUSILIARE DI ROMA CENTRO

Civiltà Cattolica, Quaderno 4076; pag. 163-176; Volume II; 18.4.2020

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«Come mai siede solitaria la città che era gremita di popolo?» [Lamentazioni 1,1]. Queste parole delle Lamentazioni mi venivano in mente dinanzi alle immagini del nostro vescovo Francesco su Via del Corso, nel pomeriggio di domenica 15 marzo. In questi giorni il centro di Roma appare nello splendore delle luci della primavera, ma desolato e spettrale.
Molti lamentano che tra le restrizioni imposte dalla situazione presente vi sia anche la chiusura delle chiese. Da una parte c’è chi argomenta la decisione con le esigenze della salute pubblica. Dall’altra chi rivendica il libero esercizio del culto. E non manca chi dice che, anche se in chiesa non va nessuno perché a tutti è chiesto di limitare drasticamente i movimenti, la chiesa aperta è un segno di speranza.
Tutte ragioni degne di rispetto. Occorre però riflettere senza spinte emotive e riconoscere che la situazione che le autorità sono chiamate a governare è di una complessità mai vista, della quale noi possiamo cogliere solamente alcune evidenze. Così come bisogna riconoscere che, se lo Stato non impone la chiusura dei luoghi di culto e delle attività pastorali, si aspetta però dai Pastori quel senso di responsabilità che ognuno deve avere verso i propri fedeli (Qui per Pastori intendo principalmente e specificamente i Vescovi, che devono rispondere per primi davanti a Dio del popolo loro affidato e ai quali noi sacerdoti dobbiamo prestare fiducia sincera).
Bisogna riconoscere che non spetta alla Chiesa, ma allo Stato, legiferare in ordine alla salute pubblica. Dinanzi a un problema della cui gravità non tutti sono ancora pienamente persuasi, è questo – e questo soltanto – il piano sul quale si devono assumere decisioni circa l’accesso ai luoghi di culto, senza richiamare princìpi che hanno tanto di ideologico. In un tempo di emergenza come quello presente, la fede e la devozione devono trovare vie nuove.
La chiesa aperta potrà anche essere un segno di conforto, ma, se di “segno” si tratta, basta che sia aperta la cattedrale, che è la chiesa-madre della comunità diocesana.
Infine, come non ricordare ciò che suggerisce il Vangelo della 3ª Domenica di Quaresima (anno A): «È venuto il tempo, ed è questo, nel quale né su questo monte né in Gerusalemme si darà gloria a Dio, ma in spirito e verità» [Giovanni 4,21].
Le chiese sono importanti, ma alla fine sono soltanto degli strumenti che speriamo di poter presto rivedere animate dalle comunità in festa. La Chiesa vera, quella fatta di uomini, ringraziando Dio, può vivere anche senza chiese, come è accaduto per i primi secoli e come ancora accade in molte parti del mondo.
Qui è necessario porci onestamente e con molto rispetto una questione di non poca importanza per noi pastori: se cioè la protesta, anche vibrata, contro la chiusura delle chiese sia animata dalla fede o non piuttosto da una religiosità da purificare.

IL DIGIUNO EUCARISTICO

Attenzione a non lasciarsi catturare dal falso zelo! Questo tempo ci impone un digiuno eucaristico che per noi costituisce una novità, mentre è purtroppo una triste necessità in tante regioni del mondo in cui mancano i sacerdoti o non vi sono le condizioni per celebrare la Messa. Stiamo assistendo a una “domanda di Eucaristia” che può esserci di conforto (la CEI ha opportunamente emanato a questo proposito utili indicazioni). Quasi sempre la richiesta esprime un desiderio che è frutto di una vita spirituale intensa. Ma l’atteggiamento di alcuni, senz’altro in buona fede, ci fa comprendere che vi sono degli aspetti importanti da mettere a fuoco.
Nella richiesta troppo insistente dell’Eucaristia non di rado c’è una fede sincera… ma non matura. Si dimentica che la salvezza viene dalla fede e non dalle opere, benché sante, sicché ci si affida alle buone pratiche senza confidare in Dio, al punto da stimare i suoi doni più di Dio stesso. Come bambini, si afferra avidamente il dono senza ascoltare le parole amorose di chi lo porge. Si è concentrati più sul proprio grido che sul volto di Colui che si china per ascoltarlo.
Questo ci dice che c’è un grosso lavoro da fare per aiutare i fedeli a cogliere il senso e la profondità del Mistero eucaristico e si possono sperare grandi frutti da una catechesi ben fatta. Intanto però occorre ricordare a tutti che il Signore è realmente presente con il suo Spirito tra coloro che sono riuniti nel suo Nome; è presente nella Parola e continua realmente a “nutrire” chi la legge e la medita; il Signore vivo si fa prossimo nel povero e nei bisognosi. Il Signore è nel desiderio stesso dei Sacramenti. Ma soprattutto ha la sua dimora in colui che osserva i suoi Comandamenti e condivide i suoi sentimenti, senza i quali neppure la Comunione frequente può portare frutti di vita eterna.

 «SERVE PRUDENZA. IO PER QUEL VIRUS HO RISCHIATO DI MORIRE»

DERIO OLIVERO, VESCOVO DI PINEROLO

img17Ero certo che sarei morto: i medici me l’hanno confermato.
In quei momenti ero in pace. Sentivo una forza
che mi teneva vivo e centinaia pregavano per me.

«Ai vescovi suggerisco prudenza. Non sapete fino in fondo cosa sia questa malattia. Non è finita ancora; non forzate la mano». Monsignor Derio Olivero. 59 anni, vescovo di Pinerolo, a fine marzo è risultato positivo al test per Coronavirus. È stato gravissimo: intubato e tracheotomizzato, ha rischiato di morire. Ora è guarito, seppure sia convalescente in ospedale. A “Repubblica” racconta la sua esperienza, spesso interrompendosi per piangere.

Come commenta lo scontro fra vescovi e governo?
«Credo non sia il momento di essere imprudenti, ma collaborativi. Il comunicato [della CEI] mi sembra abbia un po’ troppo il tono dell’autonomia. Non è questo il tempo di mostrare i denti bensì di collaborare».
Si può vivere senza l’Eucaristia?
«Abbiamo rinunciato al Triduo pasquale. Perché non provare a pazientare? Credo che questa epidemia possa essere un kairòs. un’occasione da cogliere anche nel modo di fare pastorale. Molti vescovi si sono industriati per far pregare le persone nelle case. Molti sono tornati a pregare come non facevano prima. Perché non insistere sulla necessita di reimparare la fede nelle case? Altrimenti rischiamo di tornare a celebrare le Messe lasciando però che poi la vita di tutti i giorni sia vuota. La Messa può anche essere una parentesi in un vuoto quotidiano».
Non di sole messe vive il fedele.
«Di fronte a tragedie come queste si vince insieme. Chi mostra i denti ribadisce i propri diritti e pare che vinca, ma collaborerà alla sconfitta».
Come è stata la sua malattia?
«Durissima. Devo ringraziare i medici dell’ospedale di Pinerolo, un’eccellenza in Italia. A un certo punto ero certo che sarei morto. Anche ì medici me l’hanno confermato. Prima della malattia se mi avessero chiesto cosa pensassi della morte avrei risposto che avevo molta paura. E, invece. in quei momenti in cui davvero ero vicino alla morte ero in pace, tranquillo».
Cosa provava?
«Sentivo che c’era una forza che mi teneva vivo. Non aveva la forza di muovermi, ma sentivo una presenza che mi teneva su. Quando mi sono svegliato, ho visto che centinaia di persone si sono raccolte per pregare per me».
Che sensazioni provava esattamente?
«Come se tutto stesse evaporando. tutte le cose, tutti i ruoli, tutto. Sa cosa restava? La fiducia in Dio e le relazioni costruite. Ecco io ero fatto solo di queste 2 cose: erano 2 cose salde, erano me».
Era in pace?
«Posso confidarle questo: c’è stata una mezza giornata in cui ho avuto un’esperienza bellissima. Sentivo una presenza quasi fisica, quasi fosse lì da toccarsi. È una cosa indicibile che non avevo mai provato e che mi ha cambiato la vita. Piango e mi emoziono ancora adesso. Se mi si richiedesse se sia disposto a tornare alla sofferenza di queste settimane per riprovare l’esperienza di quella presenza, direi di sì. Adesso torno più entusiasta della vita. Questa malattia colpisce il respiro. Nella Bibbia “respiro” significa “spirito, vita”. Lo spirito che viene dato. Ogni respiro è un regalo da gustare, viene da Dio».

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