LA MANNA NEL DESERTO

Pubblicato giorno 5 maggio 2020 - Riflessioni Laboratorio

ADATTAMENTO DA UNA MEDITAZIONE DI DON FABIO PIERONI

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Sono passate solo 2 settimane da quando abbiamo celebrato le Ceneri. Nessuno di noi si sarebbe mai aspettato quello che stiamo vivendo oggi, che non è un brutto sogno ma la realtà.
In questi prossimi giorni non avremo né il conforto dei nostri Laboratori, delle nostre comunità, né dell’ordinaria attività pastorale né delle nostre dirette relazioni fraterne e nemmeno delle celebrazioni eucaristiche, che, quando ci vengono a mancare come la salute o altre cose, ne scopriamo la preziosità e il miracolo che esse rappresentano.
Perciò stiamo cercando di metterci in rete affinché possa raggiungervi qualche nostro messaggio che, come una specie di «manna nel deserto», speriamo possa quotidianamente aiutare a vivere in questo deserto.
Quest’oggi ho riflettuto sull’immagine del “Cristo nel deserto” di Ivan Nikolaevic Kramskoj, un pittore russo della seconda metà del 1800, contemporaneo e amico del grande scrittore Dostoevskij. Quest’immagine si è materializzata improvvisamente e realisticamente nella nostra vita; in un certo senso impedisce la rottura anche visiva con qualcosa che ci lega: in questo senso la memoria di quella celebrazione della Ceneri ci ha spinto, come Gesù e con Gesù, nel deserto.
Se prendiamo l’immagine e la contempliamo un momento, notiamo che il deserto viene presentato come un lugubre altipiano, un ammasso caotico di rocce grigie in cui ogni cosa è scolpita dai venti e ridotta in sabbia, proprio a somiglianza della cenere. Al centro emerge la figura di Cristo, quasi cresciuta da quell’ambiente senza vita e pietrificata.
La linea dell’orizzonte taglia esattamente a metà la tela, assegnando a cielo e terra parti uguali, come se celeste e terreno convergessero in un combattimento per affermare ciascuno se stesso di fronte all’uomo seduto. La sua pietrificazione trova eco nel deserto di rocce.
Cristo è come impietrito sotto il peso dei pensieri, in un atteggiamento di forte tensione. Le piccole pieghe delle vesti accompagnano le curve del corpo. Nel Suo volto, soprattutto nello sguardo pensoso e assorto fino allo spasimo, si legge una profonda consapevolezza e accettazione di ciò che sta accadendo. Le spalle curve, il capo chino, le mani convulsamente intrecciate sono segno tangibile della sua disposizione d’animo. Secondo l’antica tradizione bizantina, senz’altro nota a Kramskoj, la figura di un uomo ricco di spiritualità e partecipe della vita divina è l’immobilità.
Questo stato di meditazione profonda, fino al distacco totale, descrive un Uomo dal respiro profondo, proteso ad affrontare quanto attorno succede: Questi è l’Uomo di preghiera. Kramskoj conosceva bene lo stato di tensione della preghiera, da lui definita uno dei più misteriosi laboratori dell’uomo: «All’inizio tutto ciò che è estraneo ed esteriore mi turba e mi ferisce, subisco ancora l’influenza delle impressioni esterne che agiscono su di me, poi sono io il creatore, l’artista, l’artefice. E se la condizione di preghiera è stato autentico, e le sue motivazioni valide, allora la mia influenza sulla realtà sarà insuperabile e gli effetti saranno immensi, qualitativamente e quantitativamente».
In tutta la sua incredibile forza ipnotica e nella drammaticità della grandezza e della volontà umane che in sé racchiude, Cristo è qui mostrato immobile. Il suo potere è come sospeso nello spazio e nel tempo, ma c’è comunque la promessa che ci sarà un ribaltamento. Ecco cosa suggerisce l’immagine, ecco dov’è il suo senso: nella possibilità di un ribaltamento, nella speranza di una rinascita spirituale.

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